Nasce a Lugano il 21 luglio 1958. La sua formazione artistica si snoda attraverso un percorso che lo vede iscritto negli anni 1974-78 al Centro Scolastico Industrie Artistiche (sezione arti decorative) a Lugano.
Tra il 1978 e il 1980 frequenta l'istituto statale di Urbino (sezione calcografia)
e tra gli anni 1980-1984 l'Accademia di Brera a Milano (sezione pittura). Nel 1991 è ospite alla Cité des Arts di Parigi e membro della SPSAS.
Il lavoro di Lorenzo Cambin può essere visto come un contributo innovativo nell'ambito dell'arte contemporanea. La sua sperimentazione con forme, materiali e luce aiuta a ridefinire i confini dell'arte, incoraggiando una nuova percezione e interazione con lo spazio e la forma.
Le sue opere possono essere viste come un invito a riflettere sulla relazione tra arte, architettura e natura, e a considerare nuove prospettive sulla creatività e l'espressione artistica.
L'opera di Lorenzo Cambin può essere definita come "scultura spaziale" o "arte ambientale", poiché combina elementi di scultura, architettura e design per creare opere che interagiscono con lo spazio circostante a riflettere sulla percezione dello spazio e della forma.
Testo presentazione di Paolo Blendinger
L’allucinazione ludica della vita, il desiderio di sottrarsi allo scorrere del tempo trattenendone i battiti con segni scultorei, altrettante tracce del percorso fatto in decenni di confronto col vero, in sé potrebbe essere una definizione pertinente per l’opera di Lorenzo Cambin, non fosse che le sue opere sfuggono al principio proprio della scultura. Ad essa si sottrae per la smaterializzazione dei volumi, per la frammentazione e reiterazione formale proposta, così diversi dall’azione del plasmare la terra, quella originariamente descritta nella Genesi nella creazione dell’uomo, e diversa dalla sottrazione della materia propria dell’atto scultoreo che libera la forma dalla materia primordiale della pietra di cui ha parlato il sommo Michelangelo.
Cambin, pur definendosi scultore nelle sue schede biografiche fa qualcosa di diverso, non crea statue, che siano astratte o meno, non crea simulacri che stanno lì quali riferimenti immobili che determinano, che caratterizzano lo spazio convogliando l’attenzione in quanto svolgono un racconto; egli semmai sembra più vicino nel suo mestiere all’agricoltore – lo fu Caino – che nella terra pone i semi in attesa del raccolto curando le sue piantine con delicatezza, affidando al tempo, alla sua imprevidibilità la loro crescita.
Cambin costruisce, propone un nuovo ordine, la sua visione fatta di minuti frammenti- sembrano segni grafici diventati tridimensionali – appunto modesti, in qualche modo trascurabili che riqualificati ricuperano l’originaria dignità. La sua azione in questo senso ha qualcosa di politico sotto una traccia che vogliamo poetica. Egli ricupera sassolini, fili di metallo, legnetti che appena incide, conforma, poi allineandoli in precari equilibri che un tocco, un po’ di corrente d’aria pone in danza fa correre l’occhio da dettaglio a dettaglio, lo ferma su contrappunti per attimi, con empatia li investe, li proietta nel suo progetto fatto d’intuizioni.
La sua opera sta alla scultura come il collage sta alla pittura. Attua volumi che volumi non sono.
Se questo modo di guardare alla sua arte è corretto dobbiamo rivolgere qui brevemente la nostra attenzione al collage. Questa tecnica in sé ha avuto un enorme impatto nella pittura, una centralità nell’espressione artistica della prima metà del XX secolo innegabile, capace di rispondere all’accelerazione dell’atto pittorico conforme al modernismo, accelerazione e sintesi di cui le tele monocrome di un Yves Klein da una parte, ma anche all’apporto universale del dripping di Jackson Pollock dall’altra non solo sono emblematici, ma ne costituiscono in limiti.
Dal progetto costruito con rigore alla casualità entro questi limiti si muove il segno nel segno di un’accelerazione che realizza in pittura la natura più profonda della contemporaneità, degli enormi cambiamenti che hanno determinato i radicali cambiamenti in campo sociale e scientifico nella contemporaneità.
C’è nell’uso del collage, non solo la questione tecnica in sé, ma considerando anche l’opera di un Matisse, la prospettiva utopistica da esso offerto: senza questa tecnica il percorso del surrealismo nel campo figurativo, cito qui in particolare Max Ernst, sarebbe stato assai più ristretto, e in quello astratto, nell’ambito del concretismo geometrico sarebbe stato assai più impervio. Non si deve trascurare qui che anche alle basi di certa pittura astratta sia americana che dell’école de Paris, basta considerare l’opera di un Robert Motherwell o di un Nicolas da Staël la matrice resta evidente riprendendo sostanzialmente anche gli strappi e le sforbiciate rese tuttavia in densi impasti ad olio.
L’influsso del collage, per la sua caratteristica bidimensionale, viene meno individuato nella plastica, ma anche qui è innegabile; lo cita un giocoso Calder, e non sorprende che dovette conquistarsi il ruolo d’artista con fatica, considerato a lungo poco più di un onesto, talentuoso artigiano, lo cita un Fausto Melotti reinventando spazi di teatrini che riportano a quelli infantili dei burattinai, con gioia infinita e tenera delicatezza, ce lo decanta ancora un Jean Tinguely con le sue macchine che agitano una piuma, scagliano a destra e a sinistra schizzi d’acqua senza tuttavia essere fontane, con le sue fantasmagoriche macchine inutili che cercano il loro ruolo non più utilitaristico, ma poetico.
A quest’ampia famiglia di Pierrot lunaires appartiene Cambin con il suo esemplare percorso nella nostra regione in chiave identitaria ponendosi a latere a distanza di una generazione da artisti quali un Flavio Paulucci con le sue installazioni o con le pietre e legni che si appoggiano l’uno all’altro di un troppo poco ricordato Giancarlo Sangregorio.
Sono omaggi pieni di passione a Madre Natura, a quella scrittura che Giuseppe Bolzani definiva perfetta.
Nella leggerezza, nella vibratilità l’artista c’invita ad entrare nella Wunderkammer del suo intimo, ed allora, in quest’epoca neo-barocca, perché epoca dello spettacolo a cui tutti volenti o nolenti assistiamo, credo che più di scultore dovremmo qui parlare di un poeta, quello del battito del tempo: l’incontro, ancora una volta è stato piacevole.
Paolo Blendinger, Torricella 21 agosto 2025